Memento mori: rimanere where the light is

«Ogni fotografia è un memento mori. Fare una fotografia significa partecipare della mortalità, della vulnerabilità e della mutabilità di un’altra persona (o di un’altra cosa). Ed è proprio isolando un determinato momento e congelandolo che tutte le fotografie attestano l’inesorabile azione dissolvente del tempo.»

Susan Sontag nel librino Sulla fotografia, pubblicato nel 1978 da Einaudi.

Vorremmo scappare, a volte, lontano dal punto nodale dell’arte eppure tutto ci riporta là: alla mortalità e alla smodata mole di vitalità da contrapporvi. Gira in tondo lo sguardo in cerca di uno slancio centrifugo che ci discosti dal nostro fulcro ma torniamo prima o poi dentro di noi e lo scatto che cerchiamo perfetto in realtà vorrebbe perfezionare qualcosa di noi, qualcosa sfuggito o ancora da raggiungere.

Lo sguardo enigmatico della Monnalisa, ritratto da Leonardo con una macchina fotografica ante-litteram (i suoi occhi, non le sue mani) s’è impresso sul legno di pioppo come noi lo conosciamo dopo innumerevoli tentativi, prove, errori, ripensamenti. Una composizione fotografica, quella, che ancora ci incanta così tanto da farci scordare completamente il travaglio, la fatica precedenti.

Nessuna pressione, gente, ancora vi parliamo di lunga decantazione. Pur amando l’attimo, pur contemplando le infinite possibilità della fotografia estemporanea (insistiamo: la spontaneità è un valore), questo è un invito a ponderare gli scatti. A ripensarli (solo gli imbecilli non cambiano mai idea, cit.) e a buttarli via se non ci soddisfano. Se di buttarli via proprio non ce la sentiamo, mettiamoli via per un po’ e non guardiamoli più. I nostri occhi, nuovi di nuove visioni, rinnovati di luce e di buio, sapranno un giorno (o una notte) vedere cose nuove in un vecchio scatto.

Ma occorre provare, provare, provare. Provare a ricordarci che siamo mortali ma che vorremmo non esserlo. E scattare per rimanere where the light is.

 

(mp)

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